18 giugno 2014
Montefalco, il borgo del Sagrantino
Il fascino dell'Umbria e di un vino inimitabile
La leggenda vuole che i falchi dell’Imperatore Federico II di Svevia, in visita da queste parti, siano fuggiti per nidificare nell’antica Coccorone e che gli abitanti li riportarono al sovrano, con la preghiera di non attaccare la città. Federico II, così, cambiò il nome. La verità è che l’imperatore fu colpito dalla quantità di rapaci, nell’area, che decise di cambiare il nome della località ribattezzandola con un toponimo degno dell’epica di Tolkien: Montefalco.
Da allora, la città ha ospitato artisti come il senese Ambrogio Lorenzetti o il fiorentino Benozzo Gozzoli (quello della Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi a Firenze) e, naturalmente visto che siamo a pochi chilometri da Perugia, il Perugino.
Ma, a rendere famoso questo borgo medievale nei tempi moderni, non sono i falchi (ritornati del 2007, con la reintroduzione di una coppia di gheppi). Oggi, a rendere famoso questo borgo medievale è il vino, con una DOCG che fa letteralmente battere il cuore degli appassionati di rosso: il Sagrantino.
L’origine del nome affonda le sue radici nel Medioevo. Ci sarebbe, infatti, un documento dei Francescani di Assisi che attesta la coltivazione di uve, in questa zona, a partire dal XVI Secolo. Gli storici ipotizzano che si tratti di un passito che veniva usato per i riti religiosi dei francescani.
Il Sagrantino è ancora un vitigno da passito. Eppure, è diventato celeberrimo grazie al rosso, quel Sagrantino di Montefalco che, dal ’79 è una Doc e dal ’92 è un Docg. Il Sagrantino di Montefalco (per gli amici, semplicemente Montefalco) si è imposto come un autentico must della gastronomia umbra. Con il suo colore rosso rubino, è un accompagnatore ideale per carni e formaggi.
Per chi non fosse interessato al vino, questo borgo ospita una tra le rievocazioni storiche più folkloristiche del Centro-Italia, la Fuga del Bove. Si tratta di una corsa di tori guidati da giostratori che, con sfide dirette uno contro uno, si contendono il Palio. No, non è come a Pamplona: a fine gara, al toro, non è che viene fatta la festa.






