11 dicembre 2014
Web Tax, tutto quello che c’è da sapere
Pro e contro di una legge tanto criticata
La Web Tax, come si intuisce dal nome, è una tassa destinata alle aziende online che dovrebbero pagare al fisco contributi speciali per i ricavi registrati sul territorio nazionale. L’iniziativa è legata alla legge voluta da Francesco Boccia e Edoardo Fanucci del PD, che però è stata criticata da Matteo Renzi, perché in contrasto con le situazioni degli altri paesi e con le normative europee. Il nuovo dazio riguarderebbe tutte le società, anche le più grandi come Google (da cui il nome alternativo Google Tax), Amazon e Facebook, che casualmente hanno le loro sedi in paesi con regimi fiscali più accoglienti.
Secondo la legge in Italia chi vende o acquista pubblicità e servizi online sarebbe obbligato ad aprire una partita iva italiana e pagare quindi le tasse per tutto ciò che avviene in territorio italiano. Questa sembra a molti una misura protezionistica sanzionabile dall’Unione Europea, perché in contrasto con l’atteggiamento di apertura comunitaria. L’altra critica mossa è che un irrigidimento simile potrebbe convincere gli investitori stranieri a scegliere altri paesi, rendendo poi molto complicate le operazioni globali.
L’iter della legge è piuttosto tortuoso, viste le critiche e le previsioni poco rosee degli esperti. Gli imprenditori più tradizionali invece si schierano fortemente a suo favore, perché le aziende che si muovono sul Web hanno parecchi vantaggi, come quello della profilazione degli utenti, e pochi oneri. Il rapporto europeo sulla tassazione dell’economia digitale, reso noto qualche mese fa, ha respinto in maniera categorica la web tax per le società che si occupano del Web. Secondo gli esperti della Commissione Europea è necessario adattare le normative vigenti alle nuove situazioni, senza trattamenti speciali. Nonostante il tira e molla qualche passo avanti è stato compiuto: l’Ocse ha inaugurato il programma Base Erosion and Profit Shifting (BEPS) con l’obiettivo di nuovi accordi per il 2015.