01 novembre 2014
La serie più cool dell’anno? Orange is the New Black
Vizi e virtù di un carcere tutto al femminile
Orange is the New Black è una serie TV statunitense trasmessa in streaming su Netfix, servizio online on demand. L’idea è di Jenji Kohan, la produzione di Lionsgate Television e l’ispirazione è tratta dal libro autobiografico di Piper Kerman “Orange is the New Black: My Year in a Women Prison“, dove l’autrice racconta la sua esperienza di detenzione per tredici mesi nel carcere di Danbury nel Connecticut.
La serie, di cui sono state prodotte due stagioni e una è in lavorazione, è tutta al femminile: nel cast compaiono quasi solo donne che si confrontano su temi come il razzismo, il sesso, la violenza, l’omofobia, la prigione. In Italia la prima stagione è stata trasmessa da Infinity, mentre dall’autunno 2014 la seconda stagione sarà visibile sulla rete Mya. Il sequel sembra però meno incentrato sulla storia di Piper Chapman (alter ego di Piper Kerman) interpretata da Taylor Schilling, e spazia sulle vicende di altre detenute, arrivando anche a toni da soap opera. Una new entry significativa per la trama è Vee, tipo piuttosto negativo e violento. La freschezza della prima serie cede alla complicazione delle vicende e forse perde un po’ di originalità, data dalla situazione insolita iniziale: Piper è una Waspy, una donna bianca di classe medio-alta, che per aiutare la sua ex-fidanzata Alex Vause (Laura Prepon) si ritrova a scontare 15 mesi in un posto generalmente popolato, almeno nella fantasia del pubblico, da sudamericane, afroamericane, prostitute o donne attempate che dalla vita non si aspettano più niente.
Orange is the new black è una serie che fa discutere e porta alla ribalta tematiche scomode e scottanti, quasi tabù, come l’omosessualità, il razzismo, la vita nel carcere e lo fa facendo sorridere. Già per questo dovrebbe essere un successo; se poi si aggiunge la qualità del plot e la bravura dei personaggi si comprende il grande entusiasmo che circonda le avventure di queste simpatiche detenute.
Photo Credit: Wikimedia