12 novembre 2014
Espressione allo stato puro: storia dei graffiti
Al limite tra arte e vandalismo, questa è la comunicazione che lascia il segno
La storia dei graffiti ha inizio da un avvenimento davvero singolare: a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 un ragazzo americano lascia ovunque la sua firma d’arte “Taki 183“. Taki è l’abbreviazione di Demetraki, greco per Demetrius, e 183 è collegato al suo indirizzo di Washington Heights (183rd Street). Demetrius era un corriere a piedi e ovunque passasse lasciava una traccia di sé. Ma l’assurdo è che “firmò” circa 300.000 volte suscitando la curiosità di tutti, anche dei quotidiani e dei media che si chiesero insistentemente chi fosse.
Questo è l’inizio dei graffiti moderni, nati per attirare l’attenzione e lasciare il segno con lettere che compongono una firma, anche solo realizzate nei contorni. Da questi “piccoli” passi esplose il graffitismo, cioè l’usanza di lasciare firme o pitture sui muri delle città, utilizzato in prevalenza dal sottoproletariato nero emarginato nelle periferie delle metropoli americane. Sin dalla nascita si discute sul suo valore: si tratta di arte o vandalismo? Al di là delle elucubrazioni i graffitisti invadono le aree metropolitane con particolare concentrazione nelle periferie e rappresentano una forma di cultura pop che non può essere sottovalutata. Inizialmente la tavolozza dei writers era composta dagli spazi abbandonati o in degrado, poi sono passati ai treni e ai muri all’interno della città, con disegni complicati e messaggi più articolati, con colori intensi e allusioni più difficili da cogliere.
Con l’hip hop e il rap i graffiti sono approdati in Europa e hanno colpito nel profondo le giovani generazioni che la utilizzano come mezzo di protesta o di espressione artistica libera dalla cultura tradizionale.


