17 giugno 2014
Canyon dell’antelope: le rocce incantate della terra Navajo
Alla scoperta di uno dei luoghi più suggestivi e affascinanti del mondo, tra colori, luci e forme strepitosi
Una delle meraviglie naturali più fotografate del mondo. Rocce che si incurvano, che creano riflessi e giochi di colori inediti e suggestivi. Rocce che non sembrano nemmeno rocce, sembrano sabbia modellata dal vento, o dall’acqua del mare. Siamo di fronte a qualcosa di straordinario: l’Antelope Canyon. Si trova in America, nello stato dell’Arizona e più precisamente nel territorio di Navajo vicino alla città di Page. Questo sito è una gola molto profonda di arenaria, una roccia fatta di tanti granelli simili a quelli della sabbia, cementifici fra di loro. Le forme sinuose, formatesi in questa roccia, si sono modellate nel corso di milioni e milioni di anni grazie alle erosioni provocate dai forti venti e dall’acqua.
Quello che più impressiona del Canyon non è semplicemente la forma delle rocce, quanto il gioco creato dai colori nei diversi momenti della giornata: si va dall’arancione al viola, dal rosa al giallo scuro. Una cromia sempre nuova e abbagliante, che lascia tutti a bocca aperta. La luce entra solo nella parte superiore del Canyon e le pareti intagliate all’interno riflettono luci in un gioco di ombre e colori dei più disparati e inimmaginabili. Il nome di questo sito è dato dal fato che nel momento in cui sono state scoperte queste rocce, tutta la zona era popolata da antilopi e quindi gli studiosi hanno deciso di dedicare questa formazione rocciosa a questi animali che facevano loro compagnia durante i lavori.
L’area si divide in due: quella superiore e quella inferiore. La prima è quella più famosa e visitata perché più facilmente accessibile, nella quale si vedono meglio i riflessi dei raggi del sole sulle pareti rocciose. La zona inferiore invece è molto incavata e per accedervi occorre scendere con molta cautela e attenzione attraverso una scaletta, con l’attrezzatura adeguata e l’accompagnamento di una guida esperta.





