02 aprile 2015
Garcia Marquez: le citazioni per sognare l’America Latina.
Moriva un anno fa lo scrittore che ha lasciato traccia nella storia della letteratura contemporanea.
Gabriel Garcia Marquez ci ha lasciati un anno fa. Se n’è andato come il tempo, senza far rumore. Da allora, dal 17 aprile dello scorso anno, la letteratura mondiale ha perso uno dei suoi pilastri. Come fare a ricordarlo senza cadere nella retorica? Forse, l’unico modo per farlo è citandolo, a spezzoni, custodendo un’eredità patrimonio delle future generazioni.
Aveva dovuto promuovere 32 guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant’anni di ritardo i privilegi della semplicità.
Come commentare una cosa del genere? La gloria che diventa solo un letamaio, medaglie guadagnate. Per citare l’Ecclesiaste, vanità, che si dissolvono nei ricordi d’infanzia dell’incipit di Cent’anni di solitudine.
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
Maestro del realismo magico, lo hanno detto tutti. Ma la cosa che sorprende, leggendo Marquez, è la cura straordinaria del lessico e dei dettagli della storia. Cronaca di una morte annunciata, da questo punto di vista, è semplicemente perfetto. Una struttura complicatissima, quasi come fosse un’equazione che, poi, razionalmente, va a finire come dice il titolo, con l’omicidio del protagonista, Santiago Nasar che ricordiamo così:
«Restammo paralizzati dallo spavento» mi disse Argénida Lanao. Mia zia Wenefrida Márquez stava squamando una alosa nel patio della sua casa, dall’altra parte del fiume, e lo vide scendere le scalinate del vecchio molo cercando con passo fermo la direzione di casa sua.
“Santiago, figlio mio” gli gridò, “che ti succede!”
Santiago Nasar la riconobbe.
“È che mi hanno ammazzato, piccola Wene” disse.
Inciampò sull’ultimo scalino, ma si rialzò subito. «Ebbe persino cura di scuotersi con la mano la terra che gli era rimasta sulle trippe» mi disse mia zia Wene. Poi entrò in casa per la porta posteriore, che stava aperta dalle sei, e crollò ventre a terra in cucina.