08 novembre 2015
Lotta e sorridi: la storia di Francesca e Roberto.
Quello che hai è un dono, e quello che non hai un'opportunità.
Il 3 e 4 novembre scorsi ho partecipato a Wobi, il World Business Forum di Milano, dedicato quest’anno agli StoryMaker, tutti coloro che rappresentano o che hanno creato e vissuto in prima persona una storia di successo.
Ho assistito, fra gli altri, agli interventi dello chef Davide Oldani, dello scrittore Alessandro Baricco, dell’esploratore subacqueo Fabien Cousteau, di Matt Brittin di Google, Toni Nadal (lo zio e allenatore del grande campione di tennis), e Richard Branson, da tutti definito l’imprenditore “ribelle”.
Ma la storia che più mi ha colpito, e che ha avuto gli applausi più lunghi e commossi della platea, è stata quella raccontata da Francesca Fedeli e Roberto D’Angelo, che forse già qualcuno di voi conosce, e che alla fine, seppur non legata al business in senso stretto, è sì una storia di successo, e un successo di quelli importanti, perché legato al proseguimento di una vita.
Francesca e Roberto sono i genitori di Mario: il bambino ha solo 10 giorni di vita quando scoprono che ha subito un ictus; mentre era in grembo o durante il parto, questo non si saprà mai.
L’ictus perinatale, che riduce la capacità di apprendimento del cervello di circa il 40%, colpisce 2-3 bambini su mille: sembrano pochi ma è questa la principale causa di disabilità nei bambini, eppure nessuno ne parla.
Francesca e Roberto cominciano a girare gli ospedali e i centri specializzati di tutto il mondo, ma dai medici ricevono solo risposte che non danno alcuna speranza; iniziano così a “studiare” e capiscono che le statistiche sono un po’ come le risposte dei medici: ti dicono solo “quello che non puoi fare”, e a loro questo non basta.
“Quello che si può fare” l’hanno infatti scoperto un po’ per volta: tanta fisioterapia e un programma sperimentale per l’attivazione dei neuroni specchio, una classe di neuroni che si attivano quando un individuo osserva la stessa azione ripetuta più volte da un altro soggetto che gli sta di fronte.
E infatti Francesca e Roberto iniziano a ripetere più volte davanti a loro figlio alcuni gesti comuni: muovere le mani, fare una capriola sul letto, avvicinare il cibo alla bocca, ballare,…
Senza dimenticare la frase che li ha accompagnati e resi forti in questi anni: “Quello che hai è un dono, e quello che non hai un’opportunità“.
Ora Mario ha 4 anni e grandi occhi scuri, bellissimi e profondi (lo potete vedere sulla copertina del libro che Francesca ha scritto per raccontare questa storia, Lotta e sorridi). Seppur con problemi con i quali il bambino deve convivere, sia di apprendimento che fisici, questa storia conferma che diventare degli StoryMaker è importante, ma esserlo della vita è la cosa più bella e difficile che si possa fare.
